La testimonianza di Chiara Avezzano di Amani racconta il progetto della Fondazione Santo Versace per restituire dignità, cura e autonomia
C’è una differenza importante, spesso poco conosciuta, tra vivere in una baraccopoli e vivere per strada. La Casa del Miracolo della Vita – Tabasamu la mama, che sorge a Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi, accoglie infatti non le donne che abitano nella baraccopoli, ma giovani madri che vivono letteralmente per strada nella capitale keniana. Sono ragazze spesso giovanissime, sole, con uno o più figli, esposte quotidianamente a violenze, abusi, dipendenze e a condizioni di estrema povertà e degrado. Qui trovano un luogo sicuro da cui ripartire, un percorso di cura e riabilitazione e l’opportunità di ricostruire la propria vita.
Il progetto, primo intervento internazionale della Fondazione Santo Versace, è realizzato in collaborazione con Amani e Koinonia Community, che operano da decenni in Kenya. Grazie a questa rete, la Casa offre alle giovani donne accoglienza, assistenza sanitaria e psicologica, formazione e un percorso verso l’autonomia personale ed economica. Ne abbiamo parlato con Chiara Avezzano, dell’Associazione Amani, che ci ha raccontato la realtà di queste ragazze e il valore di un progetto capace di restituire dignità, speranza e futuro.
L’intervista
Qual è il profilo delle ragazze madri che accogliete nella Casa del Miracolo della Vita? Quali storie e quali fragilità portano con sé quando arrivano?
“Le ragazze che accogliamo hanno storie diverse, ma quasi tutte condividono la stessa esperienza: hanno vissuto per strada stabilmente, dormendo sotto le bancarelle dei mercati o in altri rifugi di fortuna. Sono per lo più giovanissime: alcune hanno appena quindici o sedici anni e sono già madri, altre poco più di vent’anni, spesso con uno o più figli. È capitato anche che una ragazza partorisse mentre era ospite della Casa. La vita in strada lascia ferite profonde. Molte hanno subito violenze, vivono in estrema povertà e hanno conosciuto anche l’abuso di sostanze. Per sopravvivere raccolgono materiali da rivendere, chiedono l’elemosina e, nei casi più drammatici, sono costrette a prostituirsi per pochi spiccioli”.

Quali sono le difficoltà più urgenti che queste giovani donne affrontano ogni giorno?
“È difficile individuare un bisogno più urgente degli altri, perché la vita in strada significa abbandono sotto ogni aspetto: materiale, umano e relazionale. Accanto a forme di solidarietà convivono violenza e paura, e ogni giorno bisogna lottare per sopravvivere. Per questo il primo passo è offrire un luogo sicuro, lontano da un contesto in cui nessuno dovrebbe vivere, tanto meno crescere dei bambini. Solo allora può iniziare un vero percorso di rinascita: tornare a studiare, imparare un mestiere, curare i propri traumi, prendersi cura di sé e dei propri figli e costruire un futuro diverso”.
Le ragazze che affrontano una gravidanza ricevono il sostegno delle loro famiglie oppure vengono emarginate?
“Quando vivono in strada sono quasi sempre sole. Molte hanno interrotto i rapporti con la famiglia per motivi precedenti, altre vengono allontanate proprio perché rimangono incinte, magari a seguito di una gravidanza non desiderata. Le situazioni sono molto diverse, ma quando una ragazza arriva a vivere in strada significa spesso che non ha più una rete familiare su cui poter contare”.
Su queste giovani donne pesa anche un forte stigma sociale?
“Sicuramente. Le persone che vivono in strada sono spesso invisibili agli occhi della società e, all’interno di questo gruppo già vulnerabile, le ragazze sono probabilmente le più esposte e fragili”.
Può raccontarci una storia che aiuti a comprendere cosa significhi essere una ragazza madre in questo contesto?
“È importante fare una distinzione: la vita nella baraccopoli e quella in strada non sono la stessa cosa. La Casa del Miracolo della Vita si trova a Kibera, ma accoglie ragazze che vivono per strada nel centro di Nairobi, spesso nei pressi dei mercati o in altre aree degradate. Kibera, pur tra mille difficoltà, è una comunità: chi vi abita ha almeno una baracca dove dormire e vivere. Chi vive in strada, invece, non ha nemmeno questo ed è esposto a una condizione ancora più estrema. La Casa nasce per offrire un luogo sicuro da cui ripartire e accompagnare queste giovani verso l’autonomia, che spesso comincia proprio con l’affitto di una piccola baracca nella comunità, che rappresenta comunque un primo passo verso una vita dignitosa”.

Dal punto di vista umano, cosa le hanno insegnato queste donne?
“Frequento Nairobi da molti anni e continuo a incontrare con grande rispetto le persone che vivono in strada. Le donne sono quelle con cui sento maggiore empatia. La cosa che più mi colpisce è la loro straordinaria forza. Io penso spesso che non riuscirei a sopravvivere nemmeno un giorno nelle condizioni in cui vivono loro. Eppure riescono a crescere i propri figli, a costruire relazioni profonde, a sostenersi reciprocamente”.
Il progetto nasce dalla Fondazione Santo Versace ed è realizzato in collaborazione con Amani e Koinonia Community. Quale valore aggiunto porta questa capacità di fare rete nel rispondere ai bisogni delle ragazze madri di Kibera?
“La Fondazione Santo Versace ha scelto di dare vita a questo progetto, benedetto da Papa Francesco, con Amani e Koinonia Community, che da oltre trent’anni operano in Kenya. Il valore di questa collaborazione sta proprio nell’unire una visione condivisa con l’esperienza di chi conosce profondamente il territorio e i bisogni delle persone più fragili.
Grazie a questa alleanza abbiamo potuto costruire un programma specifico dedicato alle donne, organizzando percorsi di educazione e formazione che accompagnano le giovani madri, insieme ai loro bambini, verso l’autonomia economica e la reintegrazione sociale. Ognuno mette a disposizione le proprie competenze, ed è proprio questa sinergia a rendere Tabasamu la Mama un progetto capace di restituire dignità, speranza e futuro.”
Voci di Speranza
“Voci di Speranza” è la rubrica della Fondazione Santo Versace realizzata in collaborazione con il quotidiano digitale In Terris, nata per raccontare storie di riscatto e progetti che accendono fiducia, dimostrando che un aiuto concreto può trasformare anche le situazioni più difficili.
In Terris è un quotidiano digitale che promuove l’occupabilità delle persone diversamente abili. Come Fondazione, sosteniamo regolarmente il lavoro di quattro giornalisti con importanti vulnerabilità all’interno della redazione e abbiamo contribuito alla ristrutturazione del sito per renderlo pienamente accessibile a tutti.